Quando Raffaello lasciò Firenze per Roma, la Madonna del Baldacchino è già lì. Arriverà Andrea del Sarto a maneggiarla con cura, partorendo quelle geometrie che lascerà in eredità a Pontormo e Rosso Fiorentino. Andrea, con i suoi panneggi un po’ scheggiati, con quelle intaccature d’ombra che creano spigoli e rombi, e quella camicia lillà un po’ irrigidita del San Giovanni della Madonna delle Arpie. Andrea e i colori: giallo, rosso, rosso chiaro, azzurro, lilla, cromie accese e contrastanti. Per nulla naturali. Un po’ per colpa di Vasari, Andrea non andrà di moda. Saranno Pontormo e il Fiorentino quelli capaci di travalicare secoli di oblio, approdando nel porto sicuro della rivalutazione novecentesca. Gli ingredienti ci sono tutti: grandi disegnatori a cui aggiungono asimmetrie, disagio, turbamento intellettuale e psicologico. Artisti cari al Novecento perché irregolari, eccentrici e con vite maledette. Pontormo con le sue accensioni mentali che lo proiettano in altre dimensioni. I bambini malnutriti di Poggio a Caiano, i volti-maschere. La sua, di maschera, ripetuta all’infinito.La base michelangiolesca tradita nella creazione di una umanità smagrita ed elastica, smarrita e tesa. Nel 1528 arriva la Deposizione o il Trasporto di Cristo. In Santa Felicita, per la famiglia Capponi. E tutto si astrae. Non c’è più paesaggio. Non c’è più ombra. Non c’è più tridimensionalità. C’è un faro là fuori. Di quelli potenti da concerto che esalta colori estremi ed estrema confusione. Un intreccio di figure sospese nel vuoto. Questo Cristo mollemente portato al Sepolcro che evoca la Pietà Vaticana. Ma se alla Pietà Vaticana al posto dei panneggi ti inventi “tutine in lycra”(cit.) azzurro fosforescente e verde mela non puoi che rinascere nel Novecento. E poi arrivò Rosso, anzi era già arrivato, nel 1521. Meno maledetto ma molto più ribelle. Le sue Sacre Famiglie finiscono tutte all’inferno diceva il Longhi. E i committenti rifiutavano i suoi quadri. E le forme si scomponevano. E se per caso passate da Volterra, dovete entrarci in quel piccolo Museo a Palazzo Minucci. La Deposizione è lì. Fuori pioveva quando ci sono stata tanti anni fa. E il custode, addetto anche alla biglietteria era al bar del Ghirlandaio in via dei Sarti. L’ho dovuto far chiamare. Al primo piano, nella penombra data dalle persiane socchiuse, come in un appartamento qualsiasi, quattro metri per due di astrazione, di scale improbabili, di precarietà, di Schiaccianoci, di panneggi solidificati e personaggi drammaticamente tesi a liberare il Figlio, “il Figlio della Smarrita, della Sparita, il Figlio Atossecato, il Figlio senza simiglio, il Figlio bianco e vermiglio.” “Amorosi, La smetta di scaccolarsi e prenda posizione!!“


